Che amarezza Foggia mio
Lo so. Non siamo ancora retrocessi.
Forse è proprio questo che fa ancora più male.
Siamo lì, sospesi, feriti, svuotati, ma non ancora morti. Siamo in quel punto terribile in cui non riesci nemmeno a piangere tutto davvero, perché una piccolissima speranza è ancora accesa. Debole, fragile, tremante. Ma c’è.
Una ferita che continua a bruciare
Oggi fa male perché non abbiamo risolto nulla.
Fa male perché il nostro destino è ancora appeso a un filo.
Fa male perché, per salvarci davvero, non basta più guardare solo noi stessi: bisogna guardare anche cosa succede altrove.
Ed è questa la cosa più dura da accettare. Il Foggia, il nostro Foggia, non è nato per vivere così. Non è nato per mendicare risultati, per fare conti disperati, per restare aggrappato a un filo fino all’ultimo respiro.
Noi veniamo da un’altra storia
Noi siamo abituati ad altri palcoscenici.
Noi veniamo da un’altra storia.
Noi siamo una piazza che ha fatto tremare mezzo mondo, una maglia che viene ricordata ovunque, una città che nel calcio ha lasciato un segno vero, profondo, eterno.
Ed è allora che viene da chiederselo con le lacrime agli occhi:
ma chi siamo diventati?
Dove stiamo andando?
Come abbiamo fatto a ridurci così?
Perché questo non è il posto del Foggia.
Non è il posto della nostra gente.
Non è il posto di chi per questi colori ha sofferto, cantato, sognato e difeso un’identità che va oltre il risultato.
Foggia merita rispetto.
Lo merita per il suo nome.
Lo merita per il suo popolo.
Lo merita per quello che ha rappresentato, per quello che rappresenta ancora oggi, anche in mezzo a questo schifo.
Il cuore spaccato in due
E invece eccoci qua, all’ultima giornata, con il cuore spaccato in due:
da una parte l’amarezza, la rabbia, la delusione;
dall’altra una speranza minuscola che non riusciamo comunque a spegnere.
La verità è semplice e tremenda allo stesso tempo: se non vinciamo, rischiamo di non aver risolto nulla.
La verità è che ci siamo ridotti a sperare in una vittoria nostra e in un altro risultato favorevole da un altro campo.
La verità è che fa male anche solo scriverlo.
Eppure, finché quella porta non sarà chiusa del tutto, io non riesco a smettere di crederci.
L’ultima scintilla
Forse questa è la nostra condanna più grande, ma anche la nostra forza più vera.
Continuare a sperare anche quando tutto ti spinge a mollare.
Continuare ad amare anche quando ti stanno facendo a pezzi.
Continuare a guardare quella maglia e sentirla tua, anche mentre ti spezza il cuore.
Non siamo ancora retrocessi.
Ma stasera fa male come se un pezzo di noi fosse già caduto.
Eppure no.
Non possiamo finire così dentro.
Non ancora.
Ci resta un’ultima partita.
Ci resta un ultimo respiro.
Ci resta un ultimo appiglio.
E allora sì, con gli occhi lucidi, con la rabbia in gola, con tutta l’amarezza del mondo addosso, io dico ancora una cosa:
combatti, Foggia.
Combatti fino all’ultimo secondo.
Perché questa città non merita di morire così.
Perché questa maglia ha un passato enorme e pretende un futuro degno del suo nome.
Perché se c’è anche solo una scintilla, noi abbiamo il dovere di proteggerla fino alla fine.
Con le lacrime velate dalla speranza.
Con il cuore a pezzi.
Ma ancora vivi.
La notte più lunga
E adesso si prova pure a dormire. Anche se, magari, dormire sarebbe già un sogno. Da qui alla prossima partita, chi è che riesce davvero a chiudere occhio?
Però va bene così. Perché quando ami il Foggia fino a questo punto, il peso te lo porti dentro, anche nel silenzio della notte.
Quella frase che rimbomba nella testa
Mentre provo a mettere ordine tra rabbia, dolore e quell’ultima speranza che ancora non vuole spegnersi, nel cuore e nella testa continua a rimbombarmi una frase semplice, eterna, amarissima. Quella resa immortale dal grandissimo Antonello Fassari, nel ruolo di Cesare nella serie tv I Cesaroni:
CHE AMAREZZA.
E allora lo dico, piano ma con tutto il cuore:
che amarezza, che amarezza Foggia mio.
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Il nostro parere (Foggia True Love)
Il nostro parere (Foggia True Love): questo non è il tempo delle parole comode. È il tempo del dolore, della verità e dell’attaccamento più puro. Il Foggia è ancora lì, appeso all’ultima speranza, e chi ama davvero questi colori non può fare altro che restare, soffrire e crederci fino all’ultimo secondo.
Tu ci credi ancora? Faccelo sapere nei commenti.
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